Piscine comunali a Milano: il punto non è l’emergenza. È il modello.

Tre piscine all’aperto per oltre 1,3 milioni di persone non sono un incidente: sono una scelta (ndr. anche Lampugnano dal 30 maggio è aperta all’esterno).

Cantieri, costi, tempi lunghi, partenariati pubblico-privati. Tutto vero. Ma manca il punto politico: Milano sta progressivamente ridefinendo cosa considera “servizio pubblico”.

Per decenni le piscine erano infrastrutture sociali: accessibili, diffuse, pensate per chi resta in città. Oggi invece:

  • molti impianti sono chiusi da anni (alcuni dal 2018–2019)
  • le riaperture sono lente e incerte
  • la gestione si sposta sempre più verso modelli ibridi o privati

E allora la domanda non è “quando riapriranno?”

La domanda vera è: per chi riapriranno?

Perché il rischio è evidente: meno offerta pubblica → più pressione su poche strutture → più spazio al privato → accesso meno equo.

Non a caso Milano ha già prezzi tra i più alti d’Europa per le piscine pubbliche, rispetto ai redditi medi.


Il cortocircuito è tutto qui: la città che parla di clima, salute e inclusione… fatica a garantire una cosa semplice: un bagno accessibile in estate.


Non è solo un problema di manutenzione. È una scelta su che città vuoi essere. Se la balneazione urbana è un servizio essenziale (e con 40° sempre più lo è), allora va trattato come tale:
con investimenti, priorità e tempi certi.

Altrimenti resta quello che è oggi:
una promessa in cantiere.

Piscine comunali a Milano, ne restano aperte solo tre. Dal Comune: «Accessibili a tutti: è questo il nostro obiettivo» | Clicca qui

La tragica situazione del Lido gestita dalla Giunta